lunedì, luglio 02, 2007

Comunicato Banda Bassotti

Tutti i TG nazionali, tutti i quotidiani, un approfondimento con tanto di esperti (di che poi?) su Rai Tre, continue richieste di interviste, dichiarazioni congiunte e concordanti del sindaco Veltroni e del fascista Alemanno… L’aggressione dei fascisti a villa Ada il 28 notte dopo il nostro concerto deve aver colpito l’immaginazione di molti… si rispolverano termini come “Apologia di Fascismo” (reato in teoria) e si evocano gli spettri della violenza degli opposti estremismi… Già, opposti… Come fascismo e antifascismo, come reato e principio costituzionale. In ogni modo, bisogna interrogarci su quale sia la novità che tanto inquieta in questa arsura estiva. I fascisti ci sono sempre stati; hanno negozi, sezioni, siti web e addirittura centri sociali (vero Sindaco?) dove si vende e si distribuisce materiale razzista, revisionista e negazionista… Si presentano alle elezioni insieme a quello che viene chiamato “centro-destra”… le loro bandiere sventolavano anche sotto il palco del Family Day, vanno in televisione, e nelle curve degli stadi… non vediamo realmente dove sia la novità in tutto questo… e perché questi uomini illustri, oggi solo si sorprendano che ci siano dei fascisti, degli xenofobi e intolleranti e si sorprendano anche che vengano ad aggredire un concerto della Banda Bassotti. Noi non siamo affatto sorpresi… in 16 anni di tours hanno provato molte altre volte ad aggredirci… ci vengono in mente Bolzano, Milano, Bergamo, Madrid, Bilbao e anche a Roma un anno fa per dirne qualcuna… ed erano sempre fascisti. strano eh? I fascisti aggrediscono con i coltelli, quasi sempre feriscono, a volte uccidono e spesso non vengono presi… Provate a contare le decine di episodi denunciati solo nell’ultimo anno… La notte di giovedì la polizia era assente e quando è arrivata non è entrata nella villa perché male equipaggiata ed ha concesso quindi agli aggressori 10 minuti buoni in più di autonomia. In attesa che arrivassero i rinforzi, chiaramente non hanno fermato neanche uno degli aggressori… La polizia era però presente nel pomeriggio per verbalizzare una querela contro uno di noi accusato di ingiurie, ossia di “aver detto parolacce” al figlio di un loro funzionario per un motivo surreale… La polizia era presente anche per arrestare chi si voleva autodifendere (chissà perché) dai fascisti. I feriti sono molti di più di quelli che dicono i giornali che peraltro come al solito non hanno fatto che travisare ed inventare di sana pianta nostre dichiarazioni… ma questo è ciò che spesso succede… per noi neanche questa è una novità… Chissà quante teorie nei prossimi giorni; “indignazione”… “pugno di ferro”, “legalità”… sociologi invitati a dibattiti e uomini illustri che si riempiranno la bocca di tante belle parole e di antitodi sicuri da adoperare… Scusateci tanto… noi non ce la facciamo a stupirci. L’unica cosa reale sono questi ennesimi nostri feriti, sono questi nostri ennesimi denunciati perché colpevoli di essersi difesi… ed è a loro che va la nostra solidarietà e il nostro affetto. A questa gente che che paga con noi la realtà di vivere in un Paese in cui il fascismo è un’opinione come le altre o al massimo un estremismo pari a quello di chi ha liberato questa nazione offrendo in cambio il proprio sangue, la propria gioventù, la propria vita. Noi andiamo avanti per la nostra strada; conosciamo il nostro mondo e non possiamo viverlo saltuariamente.
Antifascisti Sempre
BANDA BASSOTTI

llewal alle 18:01 in: politica, cronaca, informazione, repressione
commenti: commenti (popup) | commenti
lunedì, giugno 18, 2007

Ottimo editoriale da Articolo21

Il cittadino Fournier e il tritacarne mediatico
di Pino Finocchiaro
Editoriale da Articolo 21
Grande scalpore hanno fatto le dichiarazioni del vicequestore aggiunto Michelangelo Fournier, capo del nucleo antisommossa del Reparto mobile di Roma, poi confermate dal suo ex comandante, Vincenzo Canterini, sulla “macelleria messicana” vista il 21 luglio 2001 nella scuola Diaz di Genova. Il cittadino Fournier, supponiamo ragionevolmente, ha finalmente detto la verità davanti ai giudici. Questa è di per sé una notizia. Ma cosa ha detto il cittadino Fournier che non conoscessimo già? Cosa aggiunge la testimonianza di Fournier a quel che non ci avevano consegnato già tanti filmati documentando il dramma drammatica di una vicenda che ha sfiorato il ripetersi della tragedia già consumatasi in piazza Alimonda con l’uccisione di Carlo Giuliani? Il collega Fausto Pellegrini, di Rai news 24, ha rimandato in onda le immagini da lui personalmente registrate quella notte alla Diaz. Il canale All News del servizio pubblico radiotelevisivo ha rilanciato le drammatiche testimonianze raccolte in diretta dal telefonino di Fausto che smentiva punto per punto, fatti alla mano, la ricostruzione ufficiale dell’evento offerta dal capo delle relazioni esterne della Polizia di Stato, Roberto Sgalla. Il cittadino Fournier ha mosso un passo avanti verso la definizione di una realtà processuale che quando non è inficiata dalle prescrizioni sempre in agguato risulta sempre più monca rispetto alla verità dei fatti. Quel che più interessa. Più che alle testimonianze redivive dei funzionari Fournier e Canterini, come giornalisti dovremmo dedicarci con maggior frutto a rivedere gli errori (laddove si possa parlare d’errore e non d’autentica propalazione di notizie infondate in quei tragici giorni di Genova). Si possono considerare le piccozze lasciate nel cantiere della scuola dai muratori un’arma impropria? Si può accettare l’idea che le molotov fossero lì già prima dell’intervento degli agenti senza chiedersi come mai quei pericolosi facinorosi messi all’indice dalle note ufficiali non avessero neppure tentato di usarle? Si può chiedere come mai gran parte dei feriti avessero subito ferite gravissime proprio nei punti (lo sterno per tutti) che non andrebbero mai colpiti col “tonfa” che non è uno sfollagente ma un’arma letale se usata contro parti sensibili del corpo umano? La verità è che alla “macelleria messicana” della Diaz e alle scene da “Garage Olimpo” della caserma di Bolzaneto del reparto mobile di Genova fece seguito un tritacarne mediatico in cui posizioni e responsabilità rimasero impercepite e indistinte. Lasciamo un attimo da parte le mancate verità che qualcuno avrà pur detto al dottor Sgalla di pronunciare in diretta Tv, lasciamo da parte le fortunate resipiscenze di Fournier e Canterini, uomini dello stato all’interno di un’unità, il reparto mobile, che come tutti i reparti mobili e le forze speciali di intervento, dipendono direttamente dal ministro dell’interno – all’epoca il forzista Claudio Scajola – anche se il controllo della piazza spetta alla locale autorità di pubblica sicurezza. Parliamo delle responsabilità politiche. Che ci faceva il vicepremier e ministro degli esteri Gianfranco Fini nel centro di comando e controllo dell’Arma dei Carabinieri di Genova? Come mai, ad un tratto, alcuni reparti dei carabinieri non riuscirono più ad “ascoltare” via radio le direttive che giungevano della questura ed andarono a “tagliare” in modo disastroso un corteo che sino a quel momento era stato assolutamente pacifico provocando i primi scontri a Genova? Come mai non fu preso nessun black bloc mentre furono pestati boy scout, i ragazzi di lilliput e i pensionati dei sindacati confederali? Chi comandava a Genova? Se qualcuno comandò mai in quella baraonda dove, per dichiarazione di un alto funzionario della polizia, persino i carabinieri del Tuscania avvezzi a muoversi a pie’ fermo in Somalia, Iraq, Afghanistan e Kosovo, avrebbero smarrito la strada? Non è abbastanza? Il sangue fresco filmato dall’inviato della Rai Fausto Pellegrini non è lo stesso che vide il cittadino Fournier nell’esercizio delle sue funzioni di capo di un’unità antisommossa chiamata ad intervenire in una scuola dove i più dormivano e pochi altri rumoreggiavano? C’è stata una sassaiola prima dell’intervento? Questo basterebbe a giustificare un’irruzione? L’irruzione sì. Le teste spaccate e gli sterni aperti no. La difesa deve essere sempre proporzionata all’offesa e soprattutto non può colpire alla cieca. Deve accertare le responsabilità e separare le colpe degli irruenti dai diritti dei pacifici. Diversamente non sarebbe un’azione di polizia ma un atto di rappresaglia alla messicana, ma del Messico di un paio di secoli fa. Il problema, quindi, non sono le dichiarazioni di Fournier, Sgalla e Canterini, ma l’uso pubblico, ufficiale e mediatico, che se ne fa. C’è un antico problema di rapporto tra il giornalismo e il potere. Il giornalismo non deve attendere le sentenze, se arrivano, quando arrivano, ma deve indagare liberamente. Deve offrire ricostruzioni giornalistiche che offrano strumenti critici all’opinione pubblica. Deve scandagliare e illuminare a giorno i rapporti tra corpi armati dello Stato e politici. Non è giornalisticamente rilevante il grottesco atteggiamento del destituendo comandante della Finanza, Roberto Speciale, che il 2 giugno, festa della Repubblica, non trova di meglio che dichiararsi “sempre agli ordini” del capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi? Fortunatamente, Silvio Berlusconi, parla parla ma ha di meglio da fare che golpe o regicidi da operetta. Ma se al suo posto di fronte a Speciale si fosse trovata una qualsiasi mente bacata? L’ex capo delle Fiamme gialle ricorda di aver giurato fedeltà alla Repubblica e non ad una parte del paese? E’ solo un esempio. Ma è il problema dei problemi. I funzionari di polizia e gli ufficiali delle forze armate sono al servizio dello Stato, non dei politici. Ma dai politici, quando assumono veste istituzionale, presidente, premier, ministri prendono ordini e devono eseguirli. Non possono volgersi là dove li porta il cuore ma là dove le istituzioni indicano. E qui il cittadino Fournier con la sua testimonianza ha offerto un prezioso contributo alla verità ma non alla sua comprensione. Non possiamo fargliene una colpa. Perché il problema non sta nell’esecuzione degli ordini ma in quel che succede nella catena di comando quando la piazza si muove pacifica e viene infiltrata da quei nazi-fascitelli ribattezzati black-bloch per nascondere la loro provenienza da trame oscure e curve nere come quella che a Catania ha provocato la morte dell’ispettore Filippo Raciti. Ecco, se Michelangelo Fournier è quello che Canterini sente alla radio gridare “Basta! Basta!” per fermare il pestaggio di una ragazza inerme, ed è allo stesso tempo il comandante che tiene a freno i suoi uomini quando pochi giorni fa hanno isolato e circondato i provocatori dall’ala pacifica del corteo anti-Bush. Se lo stesso Fournier dice “obbedisco” e tacita i suoi uomini quando giunge l’ordine di far defilare i nazistelli da curva nera travisati da black bloch. Il problema non è il vicequestore Fournier, né le sue parole. Il problema è capire perché la catena di comando politico-amministrativa rinuncia al fermo e all’identificazione dei provocatori ma non sottrae agli spintoni i pensionati come è accaduto pochi giorni fa sul sagrato di Palazzo Chigi, così come non li seppe sottrarre alle percosse a Genova. Ecco. Il problema è capire. Il servizio pubblico radiotelevisivo ha grande tradizione e grandi responsabilità. Possibile che al di là degli interventi di Minoli, Report, Rai News 24 e Blob non si riesca a mettere su un “reportage all’italiana” e mandarlo in onda a puntate, in prima serata, alla stregua della “Notte della Repubblica” con la quale Sergio Zavoli tentò di far luce sul terrorismo? Non è abbastanza profonda la notte su quel che accadde a Napoli e Genova? Non è abbastanza inquietante che non si possano vedere in manette gli spaccavetrine che persino un’anziana signora stufa di violenze è riuscita a smascherare togliendo il fazzoletto dal volto? Una delle frasi che i pacifisti – quelli pacifici, è inteso – si sentivano ripetere a Genova mentre le manganellate piovevano era “Così imparate e la prossima volta restate a casa”. Qualche imbecille in divisa, s’è cercato minimizzare. E no! In democrazia gli imbecilli non possono indossare la divisa. Perché un imbecille non dovrebbe mai portare armi con sé, meno che mai se indossa un’uniforme che gli consente di usarle. Perché un uomo in uniforme ha il potere di usare la forza. Ha un potere di interdizione anche fisica che nessun civile – imbelle o meno – possiede. E nessuna istituzione repubblicana – sia essa rappresentata da saggi o imbelli come talvolta accade – può limitare il diritto alla protesta pacifica. Nessuno deve restare a casa. Nessuno deve temere di essere infiltrato da nazi-fascitelli prezzolati dai cultori della strategia della tensione. L’ordine pubblico è fatto anche di intelligence, se vogliamo usare una parola grossa, o più modestamente (modestia semantica, s’intende, non di funzione) di prevenzione che in fondo è la stessa cosa. Insomma, gli italiani vogliono vederci chiaro. Il rimedio è sempre quello. Accendiamo i riflettori del servizio pubblico radiotelevisivo. Ecco, ridiamo ai giornalisti poteri d’inchiesta “giornalistica”. E se il cda Rai è in altre faccende affaccendato, se è rimasta una commissione di vigilanza a Roma, non ancora a Berlino o Bruxelles, batta un colpo. Liberi le risorse giornalistiche della Rai e ridia ai reporter il potere di fare reportage. Unico ingrediente, la verità dei fatti. Anche se scomoda.
llewal alle 12:52 in: politica, giustizia, cronaca, genova, diritti umani, informazione, repressione, g8 , diaz
commenti: commenti (popup) | commenti
giovedì, marzo 15, 2007

L'ennesima menzogna viene a galla

G8, nessun lancio di sassi alla Diaz
Da parte dei manifestanti che dormivano alla scuola Diaz non ci fu nessun lancio di sassi o altri oggetti contro gli agenti di polizia che stavano facendo irruzione nell'istituto.
Una nuova ricostruzione di quanto accadde la notte del 21 luglio 2001 a Genova quando, dopo la morte di Carlo Giuliani la celere fece irruzione nell'edificio pestando con inaudita violenza i giovani che si accingevano a passarvi la notte, e' stato ieri il capitano dei Ris di Parma Aldo Mattei.
L'ufficiale ha testimoniato nell'udienza del processo ai fatti del G8 che vede imputati nel capoluogo ligure 29 agenti. E le sue affermazioni smentiscono clamorosamente la versione fornita all'epoca dalla polizia, quando affermo' di esere stata fatta oggetto di una sassaiola da parte degli studenti che si trovavano all'interno della scuola, giustificando cosi' le violenze compiute.
Mattei ha analizzato per contro della procura decine di fotografie e filmati girati da operatori indipendenti la sera dell'irruzione e acquisiti dalla procura nel 2001.
Immagini spesso scure che e' stato possibile schiarire grazie alle tecnologie a disposizione dei Ris.
E il risultato e' stato la messa a fuoco non solo delle facce di molti degli agenti che parteciparono al pestaggio (e evidenziate con un cerchio) ma anche l'ambiente in cui si e' svolta la scena.
E proprio queste immagini hanno permesso ai Ris di escludere il lancio di qualunque oggetto, dai sassi, alle sedie, ai tavoli come avevano invece dichiarato gli agenti nei loro verbali, alcuni dei quali si recarono anche in ospedale per farsi refertare le ferite.
Nesun lancio di oggetti, ha ripetuto ieri in aula Mattei, o almeno niente di abbastanza grande da poter rimanere impresso nelle telecamere.
I fatti in questione, come detto, risalgono alla mezzanotte del 21 luglio, cioe' al momento dell'irruzione.
Purtroppo non ci sarebbero immagini relative al presunto lancio di sassi che dall'interno della Diaz sarebbe stato fatto tra le 8,30 e le 9,30  di sera contro una pattuglia di passaggio sotto la scuola, lancio preso a pretesto dagli agenti per i lsuccessivo assalto alal scuola.
La nuova ricostruzione arriva dopo che un'altra presunta aggressione ai danni della polizia e' stata smentita, vale a dire la coltellata di cui sarebbe stato vittima un agente.
Anche in questo caso le perizie hanno dimostrato che i tagli al giubbotto indossato dall'agente non sono il frutto di un'aggressione, ma sono stati fatti ad arte dopo aver appoggiato l'indumento su un tavolo.
Fonte: Il Manifesto

llewal alle 10:54 in: politica, news, giustizia, cronaca, genova, diritti umani, repressione, g8 , diaz, processi genova g8
commenti: commenti (6)(popup) | commenti (6)
giovedì, dicembre 28, 2006

I mezzi d'informazione, presi come sono dalle notizie tipo Quanto spenderanno gli Italiani per Natale, cosa mangeranno, quante volte cagheranno, prima, e Quanto hanno speso, cosa hanno mangiato e quante volte hanno cagato, dopo Natale, si guardano bene dal diffondere certi fatti di cronaca di una gravità inaudita. Leggo, ad esempio, di questo ragazzo di Catania, sotto choc dopo il fermo di polizia (ma siamo sicuri che sia cambiato il governo? Mi sembra tutto come prima). Oppure, la sede di Rifondazione distrutta a Borgo S.Lorenzo (ma in questo caso, non potendo dare la colpa ai fantomatici "anarcoinsurrezionalisti" passa tutto sotto silenzio). Ancora, l'operaia licenziata per essere andata a prendere il figlio a scuola. E chissà quante altre se ne troverebbero, chissà come sarebbe più aggiornata (e forse più cosciente) la gente se le televisioni facessero...informazione, non gossip!
llewal alle 10:47 in: politica, news, giustizia, cronaca, diritti umani, informazione
commenti: commenti (9)(popup) | commenti (9)
giovedì, dicembre 21, 2006


RESI NOTI GLI ULTIMI 10 DOCUMENTI SULLA SORVEGLIANZA A JOHN LENNON
WASHINGTON - Dopo anni di serrata resistenza l'Fbi ha accettato di rendere pubblici gli ultimi dieci documenti ancora segreti sulla sorveglianza clandestina dell'ex Beatle John Lennon. A preoccupare l'agenzia americana erano i contatti tra il musicista e alcuni movimenti di sinistra e pacifisti. I documenti risalgono in gran parte agli inizi degli anni '70 quando il presidente repubblicano Richard Nixon occupava la Casa Bianca e mostrava grande interesse per la sorveglianza di persone ritenute potenzialmente sovversive....continua
llewal alle 09:46 in: politica, giustizia, cronaca, diritti umani, rock
commenti: commenti (6)(popup) | commenti (6)
lunedì, dicembre 18, 2006

A proposito di nuovo Medio Evo...

A Natale siamo tutti più buoni
Polemiche negli Usa per un videogioco in cui diffondi il cristianesimo e uccidi i non credenti
Il nuovo fronte della periodica “guerra culturale” negli Usa è arrivato giusto sotto Natale, con un videogioco che divide i cristiani evangelici da quelli delle confessioni tradizionali. Pomo della discordia è Left Behind: Eternal Forces, basato su una collana di libri diventata di culto tra gli evangelici americani. Si convertono atei in cristiani, si uccidono i non credenti, si avanza pregando. Uscito nei negozi il mese scorso con il bollino “adatto agli adolescenti”, il videogame è diventato un caso nazionale, con associazioni che chiedono alla catena di ipermercati Wal-Mart di ritirarlo dagli scaffali, la Wal-Mart che si arrocca e i produttori che difendono il suo messaggio. Intanto, il gioco è già un successo....continua su Peacereporter
llewal alle 19:51 in: politica, cronaca, integralismo, inquisizione
commenti: commenti (7)(popup) | commenti (7)
sabato, dicembre 16, 2006

Manteniamo viva la memoria

Dal blog per Federico Aldrovandi
14/12/2006
Discussione perizia
Siamo appena rientrati a casa. E' stata una giornata lunghissima e MOLTO MOLTO POSITIVA!!! la discussione di oggi, ultima fase dell'incidente probatorio, discussione della perizia redatta dai medici Roberto Testi ed Emanuele Bignamini incaricati dal gip, ha spazzato il campo da ogni possibile residuo dubbio: dopo aver escluso categoricamente, da subito, ogni minima possibilità della droga dalle cause di morte, ha evidenziato il ruolo attivo delle persone che erano con Federico che, con il loro comportamento, hanno condotto alla morte mio figlio. Ritengo quindi che un rinvio a giudizio sia scontato. Non ne conosciamo per ora i tempi tecnici, ma non importa. Quel che vogliamo è il processo, perchè è lì che emergeranno tutti i dettagli su TUTTI gli attori. Quello di oggi è stato il dibattimento corretto, chiaro ed esaustivo che ci aspettavamo (da subito) dalla giustizia. Cosa dicono ora Graziano e Scroccarello che ci hanno mentito il primo giorno e i successivi? Loro sapevano della violenza e mentivano asserendo che fosse morto per droga! E parlavano di autolesionismo! E tacevano la violenza e il sangue e il dolore e il terrore di Federico! VERGOGNA!!!
llewal alle 11:17 in: politica, cronaca, diritti umani
commenti: commenti (8)(popup) | commenti (8)
mercoledì, dicembre 13, 2006

Intimidazioni quotidiane

Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto

Furto anomalo dei computer nell'ufficio dell’europarlamentare Vittorio Agnoletto
Agnoletto: «Non mi farò intimidire»
Milano, 12 dicembre 2006 - Furto nell’ufficio milanese di Vittorio Agnoletto. Tra la notte di venerdì 8 e domenica 10 dicembre sono stati rubati i computer degli assistenti dell’eurodeputato, presso la sede dell’associazione culturale Punto Rosso, in Via Guglielmo Pepe 14, a Milano, che ospita l’ufficio milanese di Agnoletto. Gli autori del furto hanno prelevato i pc usati dai due assistenti del parlamentare europeo, contenenti files, informazioni e archivi relativi all’attività politica del parlamentare. Il fatto che siano stati prelevati quei computer mentre non sono stati rubati i soldi, le carte di credito, il server e altri computer rende del tutto anomalo il furto, tanto da far ritenere che l’obiettivo degli autori potesse essere quello di intimidire il parlamentare. L’on. Agnoletto nelle ultime settimane si stava occupando di approfondire, e fare controinformazione su quanto avvenuto a Genova nel luglio 2001, anche sulla base delle recenti dichiarazioni del carabiniere Placanica (sulla morte di Carlo Giuliani, e più in generale, sulla gestione dell’ordine pubblico nelle giornate di Genova e sulle disposizioni impartite nei giorni precedenti e successivi dalla catena di comando delle Forze dell’Ordine) nonché sulla presenza a Guantamano di organi investigativi del nostro Paese. «Forte é il sospetto – ha dichiarato Agnoletto - che il furto dei computer e delle relative memorie, contenenti anche documentazione relativa ai fatti di Genova e Guantamano, possa essere collegato proprio a tale mia attività». Per questo, dopo la denuncia per il furto subìto, depositata nell’immediatezza del fatto, Agnoletto presenterà un più articolato esposto alla Procura della Repubblica affinché vengano svolte tutte le indagini necessarie per individuare i responsabili e i mandanti. «Se qualcuno pensa di intimidirmi con azioni di questo tipo» - ha commentato il parlamentare - «può star certo che otterrà solo l’effetto contrario. Continuerò a impegnarmi per smascherare e denunciare le falsità che sono state dette su quelle giornate, per ricostruire la verità dei fatti e le responsabilità, sia personali che politiche, della morte di Carlo Giuliani e dei numerosi episodi di violenza di cui sono state vittime tanti giovani e meno giovani che volevano solo manifestare per un mondo migliore».

llewal alle 11:00 in: politica, cronaca, genova, g8
commenti: commenti (5)(popup) | commenti (5)
martedì, dicembre 12, 2006

Piazza Fontana non si dimentica
E.S.,  11 dicembre 2006
Le ricorrenze che determinano le tappe della storia di un paese spesso assumono le caratteristiche di una retorica populistica fine a stessa, specialmente quando si vuole soltanto evidenziare lo scarto di una differenza, la diversità ideologica e politica tra fazioni contrapposte.
Ma la strage di piazza Fontana, 37 anni dopo, col passar del tempo assume sempre più i contorni di un tragico inizio, la prima testimonianza di un itinerario che non avremmo mai voluto percorrere, trascritto negli annali con la definizione di strategia della tensione.
Per chi non ha vissuto quel periodo, e per coloro che più o meno volontariamente hanno cercato di rimuoverlo, vale la pena ricordare che allora la classe dirigente italiana temeva uno spostamento a sinistra dell'asse politico nazionale, un mutamento fortemente osteggiato perché ritenuto destabilizzante rispetto ai meccanismi di potere già ben oliati dopo vent'anni di gestione democristiana, seguìta alla fine della seconda guerra mondiale. Nel perseguire questo obiettivo, ad un certo punto le vittime causate da stragi orrende sembra essere la strada intrapresa. Fu così messa in atto una strategia che verosimilmente doveva portare, nelle intenzioni degli esecutori, alla realizzazione di un modello (anti)democratico autoritario, gestito dai più alti organi dello stato per mettere fuori gioco gli avversari politici, creando un clima di paura e soggezione che giustificasse agli occhi degli elettori e dell'opinione pubblica l'incontrastata egemonia del partito a capo del governo.
Parte da qui l'idea di un braccio armato, di un esecutore materiale idoneo alla messa in pratica delle meschinità omicide dei mandanti. Una bomba, scoppiata alle 16,30 nel salone centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano, causa sedici morti e ottantasette feriti: la nuova e misteriosa strategia, che coinvolge vittime innocenti e comuni cittadini, rompe gli indugi. Suona da subito strano che le indagini delle forze dell'ordine guardino agli ambienti della sinistra anarchica, così come risulterà sempre più emblematico lo svolgimento lento e involuto dei vari processi che  partire della metà egli anni ottanta sino a noi coinvolgeranno nomi noti e meno noti della destra estrema italiana, senza mai riuscire a far piena luce sui responsabili di quel drammatico evento.
Oggi, tornati alla ribalta vecchi e nuovi successori della Democrazia cristiana ufficialmente frammentata, in realtà sapientemente distribuita nelle dinamiche politiche determinate dal falso bipolarismo italico, quel 12 dicembre del 1969 molti vorrebbero farlo tornare nel dimenticatoio, magari insieme a tutte quelle torbide storie che, solo per citarne alcune, da Pinelli all'Italicus, da Moro a Ustica, arrivando sino a noi, continuano a dar testimonianza di un'inquietante anomalia, nel cuore di un paese solo formalmente cresciuto sotto la confortante immagine di una democrazia reale e compiuta.
"Io so, ma non ho le prove", scrisse uno dei poeti più amati e odiati sulla prima pagina del più importante quotidiano italiano. Era il novembre del 1974. Chissà cosa ne scriverebbe oggi, uno come Pier Paolo Pasolini, di un paese ridotto ancora a fare i conti con il proprio passato, per cercare di capire di quale pasta sia realmente fatto.
Fonte: AprileOnLine
llewal alle 10:54 in: politica, giustizia, cronaca, informazione
commenti: commenti (7)(popup) | commenti (7)
mercoledì, novembre 22, 2006

I MUSCOLI DEI RAMBO E LA DIGNITA' FERITA
L'altra sera era a cena da me un nostro giovane amico di nazionalità marocchina. Festeggiavamo il suo nuovo lavoro, come operaio in un'azienda metalmeccanica. Alle spalle di questo ragazzo, in Italia da quindici anni, due diplomi di qualificazione professionale e un periodo di apprendistato di quattro anni felicemente concluso in un'altra azienda. Insomma, un giovane operaio genovese che si alza tutte le mattine alle 5.30 per trovarsi alle 7.30 sul luogo di lavoro non vicino alla sua abitazione.
I racconti che ci fa della sua nuova fabbrica rivelano una etica del lavoro di sapore antico: la felicità di averci trovato operai esperti, competenti, da cui sente di poter imparare. La sottolineatura della differenza con la azienda di prima dove si svolgeva un lavoro complessivamente meno qualificato e in cui l'organizzazione aziendale lasciava parecchio a desiderare. L'apprezzamento per la severità con cui vengono fatte osservare le norme di sicurezza. Brindiamo.
Il felice racconto viene però interrotto dalla narrazione di un episodio che felice non è. Una di queste mattine sull'autobus che lo porta al lavoro salgono alcuni agenti della Finanza. Controlli. Si dirigono da lui e lo fanno scendere. Gli chiedono i documenti e lui dà loro la patente di guida. Incominciano a mettergli le mani addosso, per frugargli nelle tasche. Lui reagisce con calma, ma con decisione: le mani nelle mie tasche ce le metto solo io, ve le svuoto, mi metto anche nudo, ma voi le mani in tasca non me le mettete. Un agente lo prende dal dietro dei pantaloni e lo solleva di peso da terra. Lui protesta ancora per questo modo di fare immotivato e privo di rispetto. Gli agenti fanno i loro controlli sul suo nome. Ovviamente non risulta nulla e finalmente lo lasciano andare. Di fronte al dolce che conclude la cena di festeggiamento il nostro amico ci dice della vergogna e della rabbia che ha provato: quelle persone sull'autobus da cui è stato fatto scendere avran no pensato che era un delinquente. E se c'era qualcuno della sua nuova fabbrica? E poi, perché?
(p.p.)
llewal alle 11:04 in: politica, news, cronaca, diritti umani, razzismo
commenti: commenti (6)(popup) | commenti (6)
martedì, ottobre 31, 2006

CALL TO ACTION

RACCOGLIAMO L'APPELLO ALL'AZIONE DI INDYMEDIA NEW YORK
Giovedì 2 novembre Ore 18:00 MOBILITAZIONE: CONTRO LA REPRESSIONE AD OAXACA E IN RICORDO DI BRAD WILLS davanti all'AMBASCIATA MESSICANA A ROMA Via Lazzaro Spallanzani 16
Brad era uno degli animatori della "CRITICAL MASS": e' incoraggiata la partecipazione in bici.
Comunicato di Indymedia New York sulla morte di Brad Will
29 Ottobre, 2006 New York
Brad Will è stato ucciso il 27 ottobre 2006 mentre lavorava come giornalista per la Rete globale di Indymedia. Gli hanno sparato al torso mentre documentava an attacco armato dei paramilitari contro l'Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca, una coalizione di insegnanti in sciopero e altre organizzazioni di base che reclamano la democrazia in Messico. Come membri della Rete di Indymedia siamo tremendamente addolorati per la perdita del nostro caro amico e collega. Vogliamo ringraziare tutti quelli che ci hanno mandato le loro condoglianze e messaggi sui siti di indymedia. Condividiamo il dolore con le persone che hanno vissuto, lavorato e lottato con Brad durante la sua vita dinamica ma breve. Possiamo solo immaginare la sofferenza della gente di Oaxaca che ha perso ben sette persone in questa lotta, incluso l'insegnante Emilio Alonso Fabian, e che ora sta affrontando l'invasione dell'esercito messicano. Tutto ciò che vogliamo per compensare la sua morte è l'unica cosa che Brad ha sempre desiderato vedere nel mondo: giustizia. . Noi, insieme a tutti gli amici di Brad, ci opponiamo all'uso di altra violenza da parte del Governo messicano ad Oaxaca . Indymedia si unisce alla richiesta di Reporters Senza Frontiere perchè le Autorità Messicane conducano una vera inchiesta sull'uso da parte del Governatore di Oaxaca Ulises Ruiz Ortiz della polizia municipale come forze paramilitari. L'arresto di questi assassini non è abbastanza. . Indymedia accoglie inoltre l'appello del Subcomandante Insurgente Marcos "a tutti i compañeros e le compañeras in altri paesi d unirsi e reclamare giustizia per questo compañero ucciso." Marcos ha indirizzato l'appello "in particolare ai media alternativi e ai media liberi qui in Messico e in tutto il mondo" Indymedia è nata dalla visione Zapatista di un network globale di comunicazione alternativa contro il neoliberismo per l'umanità. Credere in Indymedia significa credere che il giornalismo sia al servizio della giustizia oppure diventi una causa dell'ingiustizia. Racconriamo e ascoltiamo, restistiamo e lottiamo. In questo spirito, Brad Will era sia un giornalista che un attivista per i diritti umani. Era parte di questo movimento di giornalisti indipendenti che vanno dove i media mainstream non arrivano. Forse la morte di Brad sarebbe stata evitata se le compagnie dei media messicane, internazionali e statunitensi avessero raccontato quello che stava veramente succedendo a Oaxaca. Quindi tutti noi avremmo potuto ricevere informazioni su questi 5 mesi di sciopero degli insegnanti o su questa lotta che dura da 500 anni. Se fosse andata cosi Brad non avrebbe avuto la necessità di affrontare gli assassini di Oaxaca riparandosi dietro il debole scudo del suo passaporto statunitense e del tesserino della stampa straniera. E allora Brad non si sarebbe aggiunto alla crescente lista di giornalisti uccisi durante le azioni, o la lista ancora più lunga di coloro che sono stati uccisi negli ultimi anni dai militari che difendono poteri ingiusti in America Latina. Nonostante ciò, chi di noi conosceva Brad sa che il suo lavoro non sarebbe mai stato terminato. Dai giardini comunitari del Lower East Side agli accampamenti del Movimento Sem Terra in Brasile, lui avrebbe continuato a viaggiare dove i popoli stanno resistendo contro sfruttamento e distruzione. Ora, in sua memoria, percorreremo questo cammino. Siamo il Network, di tutti quelli che narrano e ascoltano, di tutti quelli che resistono
The New York City Independent Media Center
http://nyc.indymedi a.org http://indymedia. org
Raccogliamo l'appello di Indymedia
In solidarietà con il Movimento di Oaxaca
In memoria di Brad Will MOBILITAZIONE davanti all' AMBASCIATA MESSICANA A ROMA Via Lazzaro Spallanzani, 16
Giovedì 2 novembre ore 18:00
Sono previste azioni e proteste alle ambasciate di tutto il Mondo: (per informazioni consulta italy.indymedia. org)
Blocco telematico dei siti web di Ambasciate e Consolati messicani nyc.indymedia. org/en/2006/ 10/77972. html
L'ultimo video di Brad Will da Oaxaca, girato il giorno della sua morte è disponibile sul sito di indymedia New York: http://nyc.indymedi a.org/en/ 2006/10/77896. html
Questi alcuni banneri di solidarietà da mettere sui siti:
http://vientos. info/cml/
http://indybay. org/newsitems/ 2006/10/29/ 18324496. php

llewal alle 11:14 in: giustizia, cronaca, diritti umani, informazione
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, ottobre 10, 2006

Volevo scrivere qualcosa su di lei, ma le parole non servono. I bastardi l'hanno assassinata....
llewal alle 22:03 in: politica, giustizia, cronaca, diritti umani
commenti: commenti (popup) | commenti
mercoledì, aprile 05, 2006

Genova-G8 processo Diaz - XXXVII udienza
Oggi ben 5 testimoni: NM racconta l'altra faccia del pestaggio di LZ, la ragazza che ha perso un polmone alla diaz; VHD, una signora classe 37 espatriata ai tempi di franco, racconta del suo pestaggio a freddo da parte di un poliziotto; GGZ racconta di come durante la perquisizione i poliziotti abbiano aggiunto al novero delle "armi" sequestrate, le aste degli zaini, distruggendoli; infine DM riconosce Gratteri come presente ai fatti e quindi di fatto fornisce gli elementi di prova per il falso e la calunnia del piu' prestigioso poliziotto imputato per la diaz (bye bye ciccio!)

PROCESSO DIAZ/PASCOLI - SINTESI XXXVII UDIENZA Udienza intensa e lunga, con 5 testi per un totale di 7 ore. Vecchia traduttrice di lingua spagnola non proprio brillante e nuova traduttrice dal tedesco (frau ratzinger dove sei?) disastrosa per la tendenza a fare salotto con i testimoni e soprattutto a omettere nella traduzione in italiano della risposta alcuni particolari che a lei sicuramente sembrano irrilevanti, ma che dal punto di vista processuale proprio ininfluenti non sono. Purtroppo nessuno dice nulla, e si continua in questo disastro linguistico. Sin dall'inizio dell'udienza si capisce che e' tesa, dato che gli avvocati della difesa degli sbirri sembrano seduti sui carboni ardenti. Primo testimone: VHD, classe 1937, espatriata dalla spagna di franco per approndare in germania. Viene a genova dopo l'omicidio di carlo, e questa la dice lunga sul suo spirito. Arriva alla Diaz e si mette a dormire, viene svegliata dall'irruzione della polizia e vede i pestaggi dietro le sagome di tre poliziotti che le si piazzano immobili davanti. Immobili fino a che decidono di pestarla, spezzandole un braccio. Secondo teste: BP, tedesca acqua e sapone. non viene particolarmente pestata, ma assiste alle solite scene del primo piano che abbiamo gia' conosciuto purtroppo. Viene un po' massacrata dagli avvocati della difesa, a caccia di tensione, per una relazione della DIGOS (caro Mortola) dove si dice che lei sarebbe stata respinta alla frontiera. Peccato che l'atto di respingimento non c'e' e che lei non e' mai stata respinta. Per cui tra traduzioni malandate, malafede Corino/DiBugnana, e non comprensione della domanda, si crea un po' di bagarre. Alla fine molto rumore per far salire la tensione e aumentare il giudizio di antipatia che non si puo' non affibbiare al caro duo. Terzo teste: NM, compagno di LZ, la ragazza che all'inizio del processo ha raccontato di come e' stata pestata al quarto piano fino a farle perdere conoscenza, un polmone, lanciata come una bambola di pezza giu' dalle scale. NM viene tirato fuori dallo sgabuzzino al quarto piano in cui si sono nascosti e pestato a piu' riprese. Alla fine del pestaggio, in stato di semincoscienza, un poliziotto gli si avvicina e lo innaffia con la polvere di un estintore sulle ferite. Un comportamento indice di grande civilta' non c'e' dubbio, almeno a giudicare dagli sghignazzi di Corini e Di Bugno. Viene caricato in una barella di plastica e portato giu', schiaffato in ambulanza e poi a Bolzaneto. Anche qui un po' di cinemino delle difese sui precedenti, ma che si risolve in un nulla di che. Se non che anche lui precisa ulteriormente (come i testi precedenti) che le uniformi dei poliziotti non avevano nulla di bianco. Siamo molto spiacenti per gli assistiti di Romanelli, ma dobbiamo dire la verita', non e' che il loro avvocato non ci provi a tirarli fuori dai guai in cui si sono messi quella notte, macellai maledetti. Quarto teste: GZ, una giovane spagnola dal cognome illustre che vive da dieci anni a Berlino. Racconta con dovizia di particolari i pestaggi al primo piano e poi la situaizone nella palestra. Ma soprattutto ci offre dei bei dettagli sulla perquisizione: i poliziotti prelevano le cose dagli zaini e dividono le cose di interesse in due mucchi, uno per i vestiti neri e uno per le "armi". Tra le armi mettono coltellini svizzeri, pezzi di legnetti. Non contenti a un certo punto sventrano uno zaino integro e ne estraggono i rinforzi di metallo, accatastandoli come "spranghe" insieme alle altre "armi". Piu' falso e calunnia di cosi', sara' difficile trovare. Altro dettaglio, finalmente GZ rivela il mistero della porta chiusa, anche se solo de relato: uno o due anni dopo incontra un ragazzo che gli dice di essere scappato per miracolo dalla diaz, dopo aver sprangato la porta all'arrivo della polizia. Finalmente gli avvocati della difesa smetteranno di tirarci le paranoie sui bb scappati e sulla resistenza sul portone. Come ha detto un altro teste, resistere a quell'orda barbarica "gli avrebbe detto bene, visto che cosa e' successo poi". Ultimo teste, con il botto: DM, germanico di origine turca, che assiste al pestaggio appena sveglio nella palestra al piano terra. Viene pestato a turno da tre poliziotti, fino a che un poliziotto in borghese, vestito con un completo e con la barba e un casco, ferma la mano del terzo poliziotto che lo pesta. Questo poliziotto e' presente a vari pestaggi e altre situzioni e attraversa la stanza a passi lunghi e regolari come se la situazoine fosse "ordinaria amministrazione". Un altro poliziotto in boirghese invece rimane sulla soglia. Viene mostrato un video e DM non ha esitazioni: questo poliziotto presente ai fatti e' Francesco "Ciccio" Gratteri, che ha sempre dichiarato di essere stato nella palestra solo brevemente e di non avervi visto nulla di strano. Siamo curiosi di sapere che cosa dira' quando sara' in aula, se mai avra' il coraggio di sottoporsi a un esame testimoniale. In ogni caso, con questo teste il suo falso e calunnia e' pienamente provato, e dobbiamo aspettarci per lui una simpaticissima condanna. Bye Bye Ciccio. A poco vale la bagarre che scatena il suo avvocato, cercando di annacquare il riconoscimento con alcune contraddizioni di DM con sue precedenti dichiarazioni. Lontano un miglio si nota la manovra diversiva, ma a poco vale in un tribunale che giudichera' tra molti mesi, quando le acque saranno molto piu' calme e il valore di questo riconoscimento in aula difficilmente intorbidibile (che parola, eh?)
a la prochaine
https://supportolegale.org/

llewal alle 22:41 in: cronaca, genova, diritti umani, informazione, g8 , bolzaneto, diaz
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, aprile 04, 2006

[G8-Bolzaneto] Reporter picchiato depone in lacrime
I ricordi mandano in crisi il teste
Genova. Momenti di commozione ieri mattina in aula durante l'udienza sulle violenze all'interno della caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese. Un teste, un fotoreporter, raccontando quanto si era trovato a vivere nelle calde giornate del luglio del 2001, si è messo a singhiozzare. Tanto che non riusciva più a parlare. Uno stato d'animo dovuto proprio al ricordo di come era stato trattato: a fargli male ancora oggi, più che il pensiero del dolore fisico, è stato quello di sentirsi impotente davanti alla prepotenza, almeno questo è quanto il teste ha spiegato ai giudici.
A.D.M., 31 anni, free lance di Cosenza, ha raccontato di essere stato insultato e picchiato all'interno della caserma. Non riusciva a dominare i singhiozzi, così il presidente del tribunale - per farlo calmare - ha sospeso l'udienza per una decina di minuti. Il giovane ha raccontato che mentre si trovava in cella ha avuto un malore, causato dal forte dolore che sentiva a un piede: gli era stato rotto durante una carica delle forze dell'ordine alla Foce.
Inoltre ha detto che, mentre era in cella, i poliziotti spruzzavano uno spray urticante ai giovani detenuti. Giunto in infermeria D.M. ha spiegato di essere stato visitato da un medico: "Anche quel tipo mi ha riempito di insulti, invece di essermi di conforto. Poi ha ordinato che fossi portato in ospedale, dove i medici mi hanno diagnosticato la frattura del piede destro". Il fotoreporter ha raccontato che quando lo riportarono a Bolzaneto c'era stata un'altra dose di insulti e alcuni agenti, vedendolo col piede steccato, lo avevano colpito schernendolo: "Ora ti rompiamo anche l'altro".
A.D.M., dopo essersi un po' calmato, ha continuato il suo racconto e ha detto che quando venne arrestato, i poliziotti gli fecero a pezzi la macchina fotografica, una Nikon che era il suo strumento di lavoro, e gli sequestrarono tutto il materiale che aveva con sè, tra cui una ventina di rullini scattati durante le manifestazioni del G8. Ha parlato poi di un suo compagno di cella, A.P., che era stato picchiato selvaggiamente, gli avevano quasi staccato un orecchio - ha detto - e aveva segni di manganellate in tutto il corpo.
Il giovane venne poi trasferito nel carcere di Alessandria dove ha raccontato che, tra i detenuti, aveva visto un ragazzo di Roma, un naziskin conosciuto col nome di "Orca". Disse che però l'esponente di estrema destra venne subito scarcerato. Il teste è assistito dall'avvocato R.M.
El. V.
da Il Secolo XIX di Martedì 4 aprile 2006

llewal alle 20:35 in: cronaca, genova, diritti umani, informazione, g8 , bolzaneto, diaz
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)
lunedì, aprile 03, 2006

Russia : skinheads uccidono bambini , le istruzioni sono su internet
M. W. Giannini e R. Guillermo
Attacchi razzisti mortali e tecniche di caccia allo straniero imparate via internet. E' un nuovo 'sport' emergente in Russia. L'ultimo caso e' stato quello di una bambina di 9 anni di origine africana, presa alle spalle mentre stava rientrando a casa a San Pietroburgo. Due giovani l'hanno afferrata alle spalle e in un lampo le hanno tagliato la lingua ed in parte la guancia sinistra. Poi sono scappati lasciando una svastica ed una scritta sulla parete vicina attribuendosi la responsabilita' come skinheads. La bambina e' sopravvissuta, anche se portera' i segni psicologici per sempre, ma diversi altri episodi si sono risolti in modo piu' drammatico. Nel febbraio 2004, un gruppo di otto skinheads, con mazze da baseball, catene e coltelli, ha attaccato brutalmente tre immigrati Tajiki, sempre a San Pietroburgo. L'attacco ha provocato la morte di un bambino di 9 anni, che, colpito 11 volte, e' morto fra le braccia di suo padre. Secondo le stime di un'organizzazione di monitoraggio di tali crimini, la Russia conta 60.000 skinheads e l'anno scorso vi sono state uccise in attacchi razzisti 28 persone, mentre 366 sono state ferite. Gli attivisti antirazzisti ed alcune testate anglosassoni evidenziano che il reato di odio razziale non esiste nel codice penale russo, mentre quello che piu' gli si avvicina, 'incitamento all'odio etnico', non viene riconosciuto da giudici e giurie in questi casi. I colpevoli vengono condannati per hooliganismo, un crimine che comporta una detenzione piu' breve. In questi giorni ci sono state le ultime tre condanne per vicende simili che hanno evidenziato il problema. Proprio per il caso del bimbo ucciso nel 2004, la giuria ha rifiutato di riconoscere che la causa dell'omicidio era la spinta politica degli skinhead, condannando il principale responsabile del crimine (14enne all'epoca dei fatti) a cinque anni e mezzo di prigione, mentre i suoi compagni hanno avuto solo 18 mesi o l'assoluzione. Alla lettura della sentenza gli imputati hanno riso, poiche' saranno fuori in pochi mesi. Un ventunenne che aveva bruciato una sinagoga a Mosca colpendo otto Ebrei ed a casa del quale la polizia aveva trovato propaganda antisemita che parlava degli Ebrei come di "nemici del popolo russo" e' stato condannato a 13 anni di prigione senza che fosse riconosciuto il movente dell'odio etnico. Ma i raid razzisti si estendono anche alla Siberia, dove un gruppo di skinheads autodefinitisi "fratellanza bianca" hanno effettuato una serie di attacchi agli immigrati dalle ex repubbliche sovietiche di Tagikistan e di Uzbekistan, colpendo 18 uomini. Benche' il loro scopo dichiarato fosse sbarazzare le citta' siberiane dei non Russi e gli investigatori abbiano trovato scritti neo-nazisti a casa loro, i criminali non sono stati imputati di odio razziale, ricevendo condanne molto miti. Ma probabilmente in Siberia anche la percezione del fenomeno e' differente, a causa del fatto che molti Tagiki ed Uzbeki sono entrati illegalmente in Russia e uindi sono visti con insofferenza anche da parte della popolazione. Secondo la stampa russa il procuratore - che ha parlato dei "cosiddetti skinheads" ha dichiarato che "il giudice ha valutato correttamente le azioni degli accusati.... ed ha distribuito le pene appropriate". Ha detto che a causa della attuale lettera della legge non era possibile condannare gli uomini accusati di incitamento all'odio razziale, tuttavia a suo parere la vera motivazione dietro gli attacchi era il guadagno personale, dato che le persone colpite in Siberia erano anche state derubate. "Gli slogan - ha detto - hanno dato al gruppo la coesione e l'unita' necessarie per commettere tali crimini spaventosi, ma la motivazione principale era il profitto". Si potrebbe pero' rilevare che le vittime erano sempre non Russi, clandestini o meno. Il procuratore ha aggiunto che attualmente 'l'ideologia dello skinhead' non e' illegale". Non c'e' da meravigliarsi se gruppi di skinhead stanno facendo circolare sui siti Internet russi "istruzioni su come dare la caccia ed uccidere gli stranieri".
Speciale immigrazione e razzismo
___________
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO http://www.osservatoriosullalegalita.org

llewal alle 10:52 in: news, cronaca, diritti umani, informazione
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)