“Che ne rimane del luglio 2001?”
Martedì 21 luglio 2009 ore 17.00 c/o circolo Lo Zenzero via Torti 35 Genova
Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Resto del Carlino e autore “Noi della Diaz” coordina la discussione.
Al momento hanno assicurato la loro presenza:
· Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genoa Social Forum
· Marco Bersani, ATTAC Italia
· Maurizio Gubbiotti, Legambiente
· Alfio Nicotra, gia’ portavoce del Genoa Social Forum
ore 19.30 cena
Fiaccolata verso la scuola Diaz
Ora: 20.30 - 22.00
Luogo: da Piazza Terralba verso la scuola Diaz
A 8 anni dal massacro “cileno” ritorniamo davanti alla scuola Diaz.
Intervento di Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
Da Giuliano Giuliani:
Qualche giorno fa il Comune di Genova ha assegnato in affitto al nostro Comitato una sede che, con qualche acrobazia, riusciremo a inaugurare il 17 luglio prossimo, alle ore 18. Una delle funzioni della sede sarà quella di offfire alla città la consultazione della documentazione relativa alla pagina nera del G8 del luglio 2001 e anche una ricca documentazione storica e culturale raccolta in questi 8 anni e donata al Comitato dalle tante organizzazioni e associazioni presso le quali abbiamo portato la nostra testimonianza.
Sabato 18 luglio daremo inizio a questo lavoro di documentazione con la proiezione di filmati relativi al G8 e a Piazza Alimonda. Prevediamo due appuntamenti, alle 18.00 e alle 20.30, per favorire anche la presenza di cittadini che abitano nella zona (la sede è in via Monticelli 25 rosso, zona Marassi)
Naturalmente il 20 luglio saremo come sempre in Piazza Alimonda, dalle 15 alle 20, con la musica e le poesie per ricordare Carlo. Il 20 è un lunedì, non proprio una giornata favorevole quanto a calendario. Una ragione in più per esserci e per far girare l’informazione.
Due blues eseguiti da Roberto Ballerini e Ivano Foglino il 20 giugno ai Bagni Janua di Vesima
La Big Boss Band, nota band genovese, in un brano del loro ultimo cd 12 miles, Concrete love Richiama alla mente i mitici Creedence, direi...
The Big Boss Band, a great Zeneise group ;-)
The Independent : Italia , come scompare il liberalismo
di Giulia Alliani
www.osservatoriosullalegalita.org
Alleanza Nazionale sta per confluire nel partito di Berlusconi. Si tratta dunque di mettere la parola fine al fascismo, in Italia? Se lo chiede Peter Popham, oggi, su "The Independent", e risponde di no, che, anzi, si tratterebbe del contrario. La fiamma fascista può spegnersi, ma ciò non significa che le idee fasciste siano scomparse dalla scena politica nazionale. Quindici anni dopo lo scongelamento dei neo-fascisti ad opera di Berlusconi, il loro impatto sulla politica non é ma i stato così evidente, mai così preoccupante. Secondo Christopher Duggan, professore di storia italiana moderna all'università di Reading, autore di "The Force of Destiny: A History of Italy Since 1796", la fusione dei due partiti non segna la scomparsa delle idee e delle pratiche fasc iste, ma il trionfo di una lenta strategia di penetrazione: "Una situazione allarmante sotto moltissimi aspetti". "La fusione dei partiti significa l'assorbimento delle idee dei post-fascisti ne l partito di Berlusconi (...) della tendenza a non vedere alcuna distinzione mor ale, e infine politica, tra i sostenitori del regime fascista e quelli della Res istenza. Così si dimentica il fatto che il Fascismo era favorevole alla guerra, che era razzista e illiberale e, nella pubblica opinione, passa tranquillamente l'idea che il Fascismo non era poi così male". Un esempio relativo a questa svolta é il tipo di atteggiamento da riservare ai reduci della Repubblica di Salò, classificata dagli italiani del periodo postbell ico come il capitolo più nero della storia moderna della nazione. Piano, piano, ma con grande determinazione, Salò é stata riabilitata nella memoria degli Italiani. Il suggello é avvenuto in Parlamento, con la creazione di un nuovo ordine onorifico, l'Ordine di Cavaliere del Tricolore, che può essere conferito a coloro che hanno combattuto per almeno sei mesi con i partigiani contro i nazifascisti, oppure con le forze della Repubblica di Salò, per conto dei nazisti e contro i partigiani, oppure al Sud nelle forze comandate dal generale Badoglio. In questo modo, ponendo sullo stesso piano morale e politico i soldati che hanno combattuto per lo stato fantoccio nazista e i partigiani, secondo Duggan, viene contrabbandata nell'opinione pubblica, l'idea di una intercambiabilità morale. Duggan pone in contrasto il periodo postbellico in Italia e in Germania, dove i processi di Norimberga e il repulisti nella vita pubblica, sotto il controllo al leato, produssero un nuovo panorama politico, mentre nulla di simile avvenne in Italia. Non c'è mai stata una cesura chiara e pubblica tra l'esperienza fascista e quanto è avvenuto dopo. La responsabilità va attribuita, in parte, agli alleati che, dopo la guerra, erano molto più preoccupati e impegnati a impedire l'avvento dei comunisti al potere. "Il risultato è stato che molti anziani personaggi sono rimasti ai loro posti: nell'esercito, nella polizia e nella magistratura. Prendete il caso di Gaetano Azzariti, uno dei primi presidenti della Corte Costituzionale: eppure, ai tempi di Mussolini, era stato lui il presidente del tribunale che aveva il compito di far rispettare le leggi razziali. L'incapacità degli Alleati di esercitare una pressione sull'Italia in questo senso riflette un'idea che ancora circola: che il revival fascista non vada preso sul serio perché l'italia non ha poi una grande influenza. Mentre se la stessa cosa avvenisse in Germania o in Austria, allora sì che sarebbe il caso di preoccuparsi". Il diffuso disprezzo per la Costituzione antifascista é testimoniato dalla profu sione di partiti che si ispirano a Mussolini, e dalle migliaia di persone che si recano ogni anno a Predappio, paese natale di Mussolini, il 20 di ottobre, per celebrare il ricordo della marcia su Roma. Ma - sostiene Duggan - ben più allarmante é ciò che, silenziosamente, sta accade ndo nelle menti degli italiani, nelle quali la continua erosione e il discredito gettato sulle istituzioni dello Stato finisce col fare il gioco di una elite di ttatoriale, proprio come accadde negli anni '20. "Ciò che davvero preoccupa non é tanto la sistematica riabilitazione del fascismo, quanto l'erosione di tutti gli elementi dello Stato come, per esempio, la giustizia, con il risultato che le persone non aspettano altro che di gettarsi tra le braccia dell'unico uomo che, secondo loro, metterà tutte le cose a posto. Si creano rapporti molto personalizzati con il leader: Mussolini riceveva duemila lettere al giorno da gente che invocava il suo aiuto. Se lo stato non funziona, si ripone la propria fiducia in un uomo solo che, con una telefonata, sistemerà tutto". "E' così che scomparve il liberalismo negli anni '20, con il continuo di scredito del Parlamento, tanto che, alla fine, Mussolini non ebbe bisogno di abo lirlo. Semplicemente decise di ignorarlo. Oggi, in Italia, sta succedendo qualco sa di molto simile".
Da Articolo 21
Intimidazione inaccettabile nei confronti dei media
di Angelo Cimarosti*
Una telecamera presa di mira, fatta segno di una serie di manganellate, secche,precise, messa fuori uso. La stessa telecamera che pochi istanti prima documentava, con la freddezza della memoria elettronica, scontri, lanci di oggetti, fermi di polizia. Una "normale" manifestazione italiana. Ed un "normale" lavoro giornalistico. Quello che mi rifiuto a considerare normale, anche se forse dovrei iniziare a valutarlo come tale, sono i soprusi e il clima di intimidazione che nelle situazioni di ordine pubblico si crea attorno ai media, soprattutto attorno ai colleghi che usano le immagini per svolgere il proprio lavoro. Si usa ricordare come spartiacque il G8 di Genova, con i giornalisti "colpevoli" di documentare troppo. Non solo la stampa "con tesserino", anche il popolo delle videocamere che iniziava a crescere, ed ora, con i videofonini in più, ha creato il fenomeno crescente del "giornalismo partecipativo", il citizen journalism all'americana. In realtà non facciamo fatica a risalire molto più indietro, almeno al settembre 1994, scontri post-sgombero del Leoncavallo e video reporter manganellati, inseguiti, minacciati. Dalle forze dell'ordine. Seguirono proteste, scuse del questore, incontri in prefettura, comunicati stampa, strette di mano. In realtà il clichè è sempre lo stesso. Prima si mena. Poi si fa sapere che si è dispiaciuti, che si è trattato di un caso, non di una scelta deliberata, che la libertà di stampa è al primo posto nel pensiero dei questori e dei prefetti. Quasi che i Reparti Mobili, le ex Celere, vedano nell'articolo 21 della Costituzione un totem a cui ispirarsi. Non è così, purtroppo. La vicenda è drammaticamente semplice: noi dobbiamo documentare tutto il possibile, senza pregiudizi. In un paese democratico come il nostro non c'è spazio per la censura. Neppure per quella strisciante, di intimidazione. Quella che fa dire "Ma chi me lo fa fare di rischiare una manganellata perché sto girando immagini di un arresto? ". Le forze di polizia devono isolare chi al loro interno ritiene di dover derogare a queste regole. So che hanno le persone, la storia e la cultura per poterlo fare. Cose scontate, quasi banali. La meravigliosa banalità della libertà di stampa.
*Direttore Tg Canale Italia